it's the side effects that save us
Come il buio per le lucciole

"Me, I'm standing at the bottom of the stairs but only in a physical way. My mind is, I don't know where." [trovate i miei scritti sotto l‘Hashtag #comeilbuioperlelucciole]

healmyscars-insanity:

“I looked through our conversations when we used to be on cloud nine and in love, these were the times you told me how lucky you are to have a girl like me, how thankful you are because you never received such love I was giving to you and whatever happens, you will never let me go. The words you said mean everything to me and it stabs my heart, realizing that these words mean nothing anymore. I can’t help myself but to cry my heart out till the sun has set. The pain is too heavy to bear, the love I believed to be true and different was gone. We used to be over the moon, but the present tells the opposite. This is stupid of me to say but, I won’t deny the fact that I miss you so much. I love you, I still do. But somehow, I’ve come with the thought that I can’t do anything anymore, I need to let you go because it’s the right thing to do. I’ve decided to finally move on and this would be the last time I would cry over you because there was nothing left to hold on to and I can’t hold on to something that doesn’t want to be held. I’m sorry. I’m sorry because I was the reason why you let things end. I’m sorry for the terrible mistake I made, I never blamed you for deciding to end this because you were hurt and I understand. I only have myself to blame. But, I was hoping you would’ve understood, that I did it for us. I always feared the day would come, the day you will finally won’t take back the words you’ve said. I’m sorry for the other things that have hurt you, for the things that made you cry, jealous and mad. Thank you. I’m thankful that I met you because you have given me a temporary bliss. I laughed and smiled because of you. Somehow, you made me feel loved and beautiful in a short period of time. Thank you for the good days: the days we felt unstoppable like we’re flying high, when holding your hand felt like home, leaning on your shoulders made me feel secure and hearing your voice sound like the angels are singing. It was worth it, being loved and loving you. Thank you for making me realize how capable I am to love someone. You proved forever within a number of days. You were the greatest and worst thing ever happen to me. Goodbye. This will be the last time that I will write you a message, I’ll accept the fact that some things are meant to end, even though I used to believe that you won’t let that happen. I did everything I could to make you stay, but I guess your life no longer includes me because, you’re happy now and I can see that clearly. You already found a love that’s all the things ours couldn’t be. I hope you find overwhelming joy by her side, I hope she won’t hurt you and make you cry. I hope for the best for the both of you. It hurts but I’ve accepted the painful truth that I am just a distant memory now. I don’t regret loving you, but what I regret is that I let myself believe that this would last. I won’t forget you and the memories, I will always keep you alive in my heart. I’ll just get used to not having you in my life anymore. Deep within my heart knows getting over you won’t be simple. I need to stop loving you so I can start loving myself again. You were a painful blessing, but you were also a great lesson. I guess you’re just another chapter of my life needed to end. I still and will pray for your safety and happiness even though I’m in pain right now, I still believe you deserve the best. I hope you find everything in her that you couldn’t find in me. You will always be my greatest love.”

— S.L // unsent last message

thingsirealizedwhen:

“There were so many things I wanted to say but we weren’t talking anymore and you didn’t care anyways; I kept them to myself instead.”

— Things I realized when I understood you were never coming back, part IV

La Stanza

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Sono fuori, nella stanza.
Sono fuori, sepolta da ricordi appassiti come petali di rose gialle lasciate lì a seccare. Sono stata via a lungo, sono stata altrove, son stata dove non mi sapevo più, dove non m’hai saputo più neanche tu.
Sono fuori, nella stanza. Sono fuori da questa vita adesso così estranea e ostile, sono fuori da un corpo che rifiuto, da un riflesso che non riconosco, dalla mia vecchia vita che non m’aspetta più nell’armadio come un vecchio vestito, uno di quelli che ti piaceva, accanto alle tue giacche, ai tuoi pigiami.
Sono fuori, nella stanza, e il freddo delle piastrelle sotto i piedi ha la consistenza del prato grigio e umido di un cimitero. Tutti i ricordi mi franano addosso, neve e piombo, neve e schegge a cui offro la schiena.
Sono fuori, nella stanza, e quanto mi piove addosso non è più mio; i ricordi sono immagini proiettate oltre la finestra da cui ti guardo, ci guardo, senza sapere più.
Un tempo ci sapevamo.
Non so dove son stata, né dove sono. So dove vorrei andare. E dove dovrei, perché in fondo è umano volersi preservare. Eppure contemplo ancora come compagno il dolore, il rifiuto, il voler salvare un corpo che ha perso troppo sangue. Contemplo il castigo dopo il delitto, piuttosto che la più razionale accettazione della pochezza di queste quattr’ossa che però sanno ancora arrancare, perché in fondo è una vita che supero, incasso, vado avanti.
Con la mia bussola rotta cerco luoghi senza dolore, senza il vuoto scavato a forza, con violenza, dove non c’è più la gravità che mi inchioda al terreno e mi impedisce di volare, dove non ci sono più sguardi che mi penetrano come chiodi e non capiscono, non sanno, non mi sanno.
Sono in questa stanza che è culla e tomba. Qui è nata ogni nostra prima volta, qui siamo morti, qui ci ho uccisi, e ora non c’è più nessuno. Non vorrei esserci nemmeno io. Non respiro. Vorrei dire ma non so. Vorrei fare ma
non ho più arti con cui fuggire, o assolvermi, o volermi, o volermi salvare. O voler bene e volermene, qualsiasi cosa significhi.
Ovunque sia stata, ovunque voglia essere, la gravità mi brucia le ali e precipito qui. Mi offre solo delirio, mi mesce i pensieri di aromi amari. Di me non resta che sostanza amorfa, che non diviene più.
Non sono più donna, non sono più un nome, non sono più nulla possa essere riconosciuto in un riflesso. Sono quello che ho fatto e quello che non ho fatto, sono affermazione e negazione, convergenza e rifiuto. E se dalla finestra guardi dentro, ancora vedrai danzare il fantasma di qualunque cosa io sia stata, forse l’unica parte di me che ancora ami.
Sono l’umiliazione e il fallimento di rifiutare la mia sola identità, del non sapermi dare un nome io quando non me lo danno gli altri, ora che non vuoi darmelo nemmeno tu. Sono il fallimento di ogni giorno passato a lasciarmi paralizzare e uccidere dal presente poco alla volta, senza provare a reagire o proteggermi. Sono la sconfitta del soccombere al filtro scuro di chi mi guarda.
Sono il buio delle notti in cui questa casa è troppo vuota e non si dorme più. Vi resto solo io e la vita è fuori, la vita fuori che non so più, che non mi riconosce più; sono sola io e i ricordi, solo io e i ricordi, che piovono e piangono con me. Qualsiasi cosa abbia saputo avuto e vissuto non è più mia. Me la portano via queste quattro mura.

Dove siamo finiti?
Dove andremo?
Dove vai?

Sono la mia stessa paralisi. Sono la carcassa che il dolore ha lasciato di me, sono la nebbia che m’affolla il cranio e porta via ogni luce, ogni traccia di sole, ogni sicurezza su quanto potrò mai avere e volere. Mi toglie tutto, anche la forza che mi dava orgoglio, quella in cui credevo io soltanto quando tutti guardandomi vedevano solo una bambina.
Sono fuori, nella stanza. Mi sembra d’esser nata qui, con ossa d’argilla e membra liquide, amorfe. Mi sembra di non essere stata da nessun’altra parte, di essermi svegliata da un sogno nel sogno, di essere condannata a una veglia imperitura finché ci sarà la spina dell’ultima rosa appassita a torturarmi la carne senza che possa chiudere gli occhi e volere, volare, sopire, sognare.
Mi sembra di non aver sorriso mai, di non esser stata mai piuma, di aver perso qualsiasi cosa abbia mai capito di me, del mondo, di quanto successo, che cazzo è successo? Non riesco a trovare gli elementi logici per capirlo.
E questa stanza è troppo grande e piena; questa stanza è la mia storia, la mia vita, la mia tortura, la mia sconfitta. Mi sembra di non essere mai stata null’altro che queste quattro mura. Niente di più che questa pelle che mi denuncia come umana, troppo umana, banalmente umana.
Sono molto meno di quello che sapevo, ma più di quanto avrei creduto. E molto più piccola dell’età che le mie ossa denunciano, se ancora non riesco a comporre l’algoritmo per lasciarti andare. Mi toglie il senno che basti averti vicino, vederti, per sentirmi mancare. Per sigillarmi dentro queste quattro mura e annichilirmi, disperare su qualsiasi futuro, annebbiarmi con la nostalgia e il dolore di questo lutto, e infine non sapere più nulla.
Mi chiedo quanto di noi sia ormai dolore, quanto invece ancora amore. Se tutto il sangue perso può tornare in circolo. Mi chiedo quante cose non mi hai detto pur volendo farlo, quanti invece siano i pensieri da cui ormai mi escludi senza rendertene conto. E mi uccide ancora pensare che certe cose riuscirei a dirle a te soltanto.
Mi chiedo che linguaggio abbia il dolore, poi, cosa vuol comunicare al cuore che la mente ancora non sa. E mentre questa spina mi azzoppa, davanti ai miei occhi, sotto le palpebre, scorrono in fotogrammi tutte le vite possibili, le mie e le nostre.
A volte mi sembra di vivere una vita parallela senza di te e che siamo ancora insieme da qualche parte – che, in quel luogo che nessuno sa, stia ancora accadendo un presente in cui non ci siamo mai fatti del male, mai, perché il dolore non è un linguaggio che appartiene a quell’universo. In cui non esistono sbagli, perché siamo uno il riflesso fisiologico dell’altra. E in quel luogo che non sa nessuno sei ancora alla mia porta, a salutarmi come hai sempre fatto. A parlare il nostro linguaggio, dormire i nostri sonni, fare il nostro amore. E lì il futuro ancora vive, ci sorride.
Da qualche parte, siamo entrambi salvi.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.

2019 Venice International Film Festival — Winners

awardseason:

COMPETITION
Golden Lion: “Joker,” Todd Phillips
Grand Jury Prize: “An Officer and a Spy,” Roman Polanski
Silver Lion for Best Director: Roy Andersson, “About Endlessness”
Volpi Cup for Best Actress: Ariane Ascaride, “Gloria Mundi”
Volpi Cup for Best Actor: Luca Marinelli, “Martin Eden”
Best Screenplay: “No. 7 Cherry Lane,” Yonfan
Special Jury Prize: “The Mafia Is No Longer What It Used to Be,” Franco Maresco
Marcello Mastroianni Award for Young Actor: Toby Wallace, “Babyteeth”

HORIZONS COMPETITION (ORIZZONTI)
Best Film:  “Atlantis,” Valentyn Vasyanovych
Best Director: Théo Court, “White on White”
Special Jury Prize: “Verdict,” Raymund Ribas Gutierrez
Best Actress: Marta Nieto, “Madre”
Best Actor: Sami Bouajila, “A Son”
Best Screenplay: “Back Home,” Jessica Palud, Philippe Lioret and Diastème
Best Short Film: “Darling,” Salim Salif

LION OF THE FUTURE
Luigi de Laurentiis Award for Best Debut Feature: “You Will Die at Twenty,” Amjad Abu Alala

VENICE CLASSICS
Best Restored Film: “Ecstasy,” Gustav Machatý
Best Documentary on Cinema: “Babenco – Alguém Tem Que Ouvir O Coração E Dizer: Parou,” Bárbara Paz

VIRTUAL REALITY COMPETITION
Best Virtual Reality: Céline Tricart, “The Key”
Best Virtual Reality Experience: “A Linha,” Ricardo Laganaro
Best Virtual Reality Story: “Daughters of Chibok,” Joel Kachi Benson

malinconie:

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Women by Egon Schiele

coltre:

everything I’ve loved became everything I’ve lost

austentatious:

“For the countless hours of that one long moment, they forgot everything important and watched the cloud of white wings twist up into the blue sky.”

— Haunted | Chuck Palahniuk

ryangoslingsource:

I won’t stop loving you. I don’t think I can.

thominho:

transformation (noun): 

1.  a marked change in form, nature, or appearance.
2.  the induced or spontaneous change of one element into another by a nuclear process.
3.  a process by which an element in the underlying logical deep structure of a sentence is converted to an element in the surface structure.

dennybitte:

spring wildflower sunset

by Denny Bitte

Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.
Madame Bovary, Gustave Flaubert (via blucomelamarea)

asilversnake:

Moonlight (2016) dir. Barry Jenkins

vaffanculosonoununicorno:

foxmouth:

Neon Nights, 2016 | by Elsa Bleda 

✨here✨

Facciamo che l’ultima volta
diventi penultima
e indietro così
fino ad arrivare alla prima
quando mi guardavi
con quegl’occhi ridenti che tieni.

Ti dirò che mi stai a cuore
chiederai, e gli altri organi?
A tutti gli organi mi stai.

nataliere:

Endings of Queen of Peace and Long & Lost | The Odyssey

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